Malacarne

Terza tappa per i Madrigali Magri a due anni da “Negarville” ed è di nuovo stupore. Prima c’erano stati i canti di solitudine (o meglio, di isolamento), l’incolmabile tensione, le melodie sommesse e deformi, le danze trasfigurate e l’indugiare delle parole di “Lische”. Poi gli slabbramenti e i frammenti astratti di “Negarville”, con i suoi abbozzi chitarristici dilatati che disegnavano una geografia distorta, lo spleen dei non-luoghi, pezzi intrisi della pigrizia agrodolce di certi giorni di metà estate. Adesso “Malacarne”, concentrato intensissimo e vissuto di canzoni incise in una materia sonora scura e profonda, dalle tonalità decisamente più fosche rispetto al “rosario delle cose note” di “Negarville”. O meglio, dove quest’ultimo indagava il mistero che si cela nell’ordinario e nel quotidiano, il nuovo album si apre nel segno di qualcosa di incommensurabile, della trascendenza di forze più grandi: Devil Did è il titolo del pezzo strumentale d’apertura, e subito il suono ferisce come forse mai aveva fatto prima, con una batteria in primo piano a disegnare uno scheletro avvolto dalle trame trasparenti della chitarra. Il diavolo e la religione: le suggestioni del blues più maledetto (“Io sono il male”) nella malata e narcolettica Blues Jesus, in cui le parole sono impastate e diventano fantasmi, suggestioni, accenni e sussurri di un cuore trafitto. E se in “Lische” il cuore era uno “stupido muscolo cardiaco” che “non sa tenere il tempo”, in “Malacarne” le canzoni sembrano essere basate proprio sul battito di un cuore sanguinante: le percussioni si fanno prominenti e diventano elemento portante, come accade in Orco Boia, una convulsione strumentale ed un conflagrare di elementi in cui la batteria pesante e corposa dà l’idea del crollo. Oppure in Tersila, scandita da un ritmo spezzato e incisivo, urlata, con una chitarra che si sfalda per passare all’ombra di Onda dura, dieci minuti aperti da un battito su cui si fa strada una narrazione, si nasconde momentaneamente e ancora riappare dolorosa; poi la musica si sfalda di nuovo e si astrae in pulviscoli leggeri ed eterei per riallacciarsi finalmente in scaglie di suggestioni mai definite ma evocate, confluendo quasi naturalmente in Era, un brano angoloso in cui la voce ubriaca è contornata da grappoli di note alte e dagli arpeggi della chitarra, a colorare beffardi un incedere cupo. Fino a chiudersi in Alba, inno quasi campestre che suggella una promessa come già accadeva nei ricordi trasposti di Nuova casa. Pur trattenendo alcune suggestioni degli album precedenti, “Malacarne” non concede nulla alla ripetizione o alla maniera ma segna un’ulteriore ed emozionante diramazione del suono dei Madrigali Magri.

(Daniela Cascella, Blow Up)

Codice: wal033
Settembre, 2002
CD
8
37