Quarzo

Come una serie di ironiche assonanze possono chiaramente suggerire, Quarzo, degno ideale successore di Tarlo Terzo, è il titolo del loro quarto album. Un disco che ti “infilza e sorride“ (come in Pietra Della Gogna) dall’inizio alla fine.

Una volontà di apertura verso l’ascoltatore è immediatamente chiara nella proposta semplificata in pillole della propria poetica con la quale i BDP introducono il neofita (Bignami) e lo conducono anche in luoghi molto bui, ma questa volta un po’ per mano. Certo, non prima di averlo massacrato sulla Pietra Della Gogna che apre il cerchio dei 12 brani, per poi liberarlo a Fine Pena dopo circa un giro d’orologio.

Quarzo, nome materico come spesso accade nella poetica del duo, allude alla pietra, al tempo e all’elettronica primordiale. E’ un disco che sposta ancor più in là i confini musicali e lirici del progetto.

Allarga la visione e la prospettiva, ridiscende nel sottosuolo, da cui geneticamente proviene, ma riaffiora, sporco e polveroso, offrendo quel che trova e cioè novità comunicative non di poco conto.

E in fondo, si domanda anche perché lo fa: … / per cosa incide la pietra il verme / verso per verso percorso per niente / … (Bignami)

Spuntano linee melodiche più nette, aperture armoniche più complesse. Spuntano note di pianoforte eppure il suono non perde di ruvidità. Sempre corde, legni e pelli per un insieme stranamente vuoto eppure quanto mai denso, corposo, pieno di rimandi e infinite suggestioni.

Come il Barolo, con il suo colore poco appariscente racchiude un mondo di sensazioni per chi si sa avvicinare e coglierle.

Un suono che è nuovo eppure riconoscibile, familiare e straniante, vibrante e reiterato: blues nelle radici, eppure magistralmente giocato con dinamiche “altre” e generi in apparenza “distanti”: un rap senza le pose del rap che aleggia ovunque, un certo metal (Pietra Della Gogna, Dragamine), un r’n’b da incubi ad occhi aperti (Non è vero quel che dicono); oppure apertamente portisheadiano, come nel riutilizzo del brano soul di Isaac Hayes che fa da scheletro a Orologeria (quasi ri-campionato live in studio con solo chitarra e batteria); un’elettronica concreta in Zuppa Di Pietre (acustica rielaborata da Ivan Rossi, fonico di Quarzo) o il tumulto technoide di Pietra Per Pane, sempre e rigorosamente fatto a braccia.

Codice: wal138
Ottobre, 2010
CD
12
56