Sentimento Westernato

Se La Prima Gratta sembrava un collage di fotogrammi estrapolati da un delirante filmino homemade – compiendosi perciò in quanto spaccato agre e folgorante sul vissuto artistico bughesco – l’opera seconda su lunga distanza sembra in effetti un disco vero e proprio anzi lo è, con forza acida e scanzonata, con uno scabro senso dei margini a cicatrizzare l’inaudita nitidezza. Essì, perché il Bugo gioca a sgranare la fibra della propria calligrafia, divarica folk e blues, blues e rock, scazzo e malinconia, sberleffo e amarezza, e in mezzo a tutte questi solchi aperti come ferite sparge non unguento ma il sale di una voce deragliata, frasi che scozzano derive di senso tra il minimo storto e il dritto strizzacuore. Un Oldham scanzonato, un Beck indolenzito, particelle Gaetano/Battisti. Bugo, ovvero la sua versione roots, ruspante di rock ruvido e friabili dolenze da squallore periferico, in avvitamento senza via d’uscita nel cuore grigio dello spleen, tra sordidi inizi di giornata e svacco alcolico serale (con tutto ciò che sta nel mezzo). Quello sdoppiamento vocale che è anche sbinamento psicologico, il rimpallo continuo tra inezie del quotidiano e malumori universali (esemplare a tal proposito Quando Siamo Stanchi), tra nonsense e chiavi esistenziali (Bisogna Fare Quello Che Conviene). Oppure si prenda il dissidio esistenzial-religioso posto sediziosamente dall’iniziale Vorrei Avere Un Dio, quell’aura folk-psych che stempera uno strisciante sarcasmo, o quella specie di iato a elastico tra mistero e sberleffo nella onirica L’Occhio E’ Lo Specchio. Non lo afferri il Bugo, se ne sta tra l’indicibile e il terra-terra con la naturalezza di chi passi per caso.Si avventa su spurghi energetici elementari come Bicchiere Nella Birra e Benzina Mia con una fame senza scrupoli, legnoso ma agile sul filo crepitante di rock’n’roll inaciditi che è quanto basta e tutto il resto – intricate implicazioni delle interpretazioni – fate voi. Dove e come meno ti aspetti s’innescano meccanismi d’inquietudine in agguato dietro ogni giochetto di parole (a partire dal titolo dell’album), dietro l’espressione inconsapevole e fin dentro al midollo di queste sgangherate sciocchezze folk-blues. Testi apparentemente così semplici da rasentare il grado zero, ruvidezze pre-alfabetiche che però fulminano spirali di senso a mezz’aria, introducono trapassi grottescamente sentimentali nella mazurchina fragile Sei Bella Come Il Dì, apatici e disillusi in Pepe Nel Culo, lucidamente patologici nel bluesone acustico Son Drogato Di Lavoro). Questo disco sarebbe – a detta dello stesso autore – “l’album acustico del Bugo”. Abbiamo visto che non è così, almeno non del tutto. O forse il Bugatti intendeva qualcos’altro, si riferiva cioè ad un sentire scricchiolante da front porch immerso nel nulla ticinese, con lo sguardo per forza rivolto al dentro, come uno speculo nell’anima. Allora sì, potremmo essere d’accordo.

(Stefano Solventi, Sentireascoltare)

Codice: wal015
Dicembre, 2001
CD
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44